C’ è un bisogno che vuole essere ascoltato, che va in punta di piedi a cercare nella festa della Resurrezione di Nostro Signore, il recupero della mia storia. Mi accingo a prepararmi a questo evento, a metà settimana Santa, mentalmente emerge dalla frangia dei ricordi dei miei nonni, dalla tradizione gastronomica che si portava in tavola, i profumi ed i sapori intrisi della campagna, che aiutano a conservare nel tempo, insieme all’identità, l’amore per la bella e generosa terra impregnata di nostalgia.
Chiunque abbia voglia d’interrogare il passato per ritrovare le proprie radici, dovrà incontrarle “sti nustalgie luntan
e” e dovrà riviverle raccontate da chi le conserva nei propri ricordi…voci vivaci, sguardi persi in una lontananza che si avvicina quanto più i ricordi si fanno vividi, che si racchiudono come essenze, in una, mille lacrime.
Mia nonna era solita preparare tre giorni prima la Pasqua, la Pastiera:un dolce che vince il tempo e resta vivo sulla mensa di ogni napoletano. Questa specialità risale alle focacce rituali che si diffusero all’epoca di Costantino il Grande, derivate dall’offerta di latte e miele, che i catecumeni ricevevano nella sacra notte di Pasqua al termine della cerimonia battesimale. La versione attuale e’ attribuita alla pace segreta di un monastero dimenticato napoletano, per opera di una ignota suora che volle, in questo dolce, che alla simbologia della Resurrezione, si unisse il profumo dell’arancio del giardino conventuale. Alla bianca ricotta, si mescola una manciata di grano, che, sepolto nella bruna terra, germoglia e risorge splendente come oro, aggiunse poi le uova, simbolo di nuova vita, l’acqua mille fiori, odorosa come la primavera, il cedro e le aromatiche spezie venute dall’Asia.
Mi ritrovo da sola ora ad impastare insieme tutti gl i ingredienti, insieme all’estratto di quei ricordi, quando i miei occhi si riempivano di meraviglie, osservando attenti le mani laboriose, e con orecchie aguzze ad ascoltare le storie di vita vera vissuta. In un’epoca presente, si rimesta la dolcezza degli affetti familiari, la durezza di una vita che non regala niente, i disagi delle guerre e la paura, le incertezze del futuro.
Non basterebbe un libro per riportare “‘e cunte” che ho registrati nel mio cuore in una lingua mista ad bel dialetto siciliano appassionato… Così, mia nonna, mentre impastava mi raccontava il significato di ogni ingrediente che era stato scelto, la simbologia che custodiva un senso, non lasciato al caso.
1) la farina, che simboleggia la forza e ricchezza della campagna
2) la ricotta, omaggio dei pastori
3 ) le uova, simbolo della vita che si rinnova
4) il grano tenero, bollito nel latte, che sposava due regni della natura
5) l’acqua di fiori d’arancio perché anche i profumi della terra potessero onorarla
6) le spezie, a simboleggiare le popolazioni più lontane del mondo
7) lo zucchero, per esprimere l’ineffabile dolcezza elargita dal suo canto
l’ingrediente segreto: Tanto, ma proprio Tanto, Amore!
Provo a farla mia, questa ricetta,e nel farlo ascolto l’eco di quelle parole, così cariche di significato, così intense: “Ogni cosa se fatta con Amore, sarà una cosa fatta bene!”
Lascio qui la mia eredità, come fiori sparsi su prati immensi di persone , lascio a chi, più giovane, forse, ha voglia di conoscere parte di una storia… che non sarà scritta sui libri, che racconta di un filo d’amore infrangibile che tiene unite per sempre una nonna ed una nipote.
Ti ritrovo sempre lì, nelle parole veloci ed il fiato a soffio…
nelle risate in bilico… ch scappano agli sguardi
in questo tempo architettato
dove ogni secondo è morso
succo gli angoli sul vuoto che si fa attorno…
In fondo, dentro agli "occhi negli occhi" che hai lasciato dentro me!










Cioa sono qui, ho letto del tuo rapporto con le tue radici e la tua nonna. Io non ho avuto una nonna così, ne ho conosciuta solo una ed era molto distaccata. E’ bello quello che hai raccontato e idealmente vengo a mangiare la pastiera con te. Buona notte Giulia