Credo che nel mondo ci sia poco spazio per le aspirazioni. La pratica, le abitudini ed il dovere strozzano le sottili vie degli intenti. Non ho mai pensato di essere in grado di “insegnare”, ed ho sempre rifiutato l’idea di sceglierlo come mestiere. Ma la mia coscienza bolle, brucia la carne della “mia” verità in pentola, e non può tacere.
Nei giorni scorsi ho scritto un post dove ho già esposto il mio punto di vista sulla pedagogia e la cultura dell’apparire. Spesso alla luce degli eventi cui veniamo messi a conoscenza grazie ai media, siamo testimoni di una realtà adolescenziale sconvolgente, di eventi legati alla vita scolastica cui non sappiamo dare spiegazioni e soluzioni, dove inevitabilmente salgono sul banco dell’inquisizione professori (genitori)i ed alunni.
L’alternativa è quella che Alain Touraine, sociologo francese, attualmente ricercatore, parla di un passaggio ad una “Scuola del Soggetto“.
Una scuola che non si preoccupi di adattarsi a ciò che la società si attende da essa ma, al contrario, indirizzata verso un’educazione capace di facilitare lo sviluppo integrale e armonico di tutte le potenzialità individuali ( conoscere ideali, ambizioni, desideri di ciascun alunno)e di potenziare una vera democrazia interna tra i vari soggetti.
Scrive Touraine: “Bisogna rinunciare a un’istruzione-per-le-società.
Invece di strappare il ragazzo a una parte di se stesso, quella più intima, per trasformarlo in un essere civilizzato, ossia ricostruito in conformità alle categorie predominanti nella società, occorre ricomporre la sua personalità che tende a essere scissa…”
Nella cultura – nella scuola – si entra, così, con una propria storia e la si costruisce nell’incontro/scontro con la storia degli altri che la abita.
Se ciò accadesse, si vedrebbe l’ integrazione tramite il relazionarsi di professori e alunni, in un contesto di “racconto di sé”.
Una finestra si aprirebbe dal quel mondo interiore, fatto di dubbi, ombre perplessità che sarebbero messi in luce attraverso un diario, un taccuino di viaggio, dove coinvolgere anche la presenza dei genitori.
Un viaggio volto alla scoperta delle differenze e delle analogie che comprende il tema del sé e dei luoghi:
Professori e alunni sarebbero i pennelli di un unico dipinto. Un’opera che metterebbe in luce il ritratto di ogni singolo: com’ero ieri, come sono oggi, i gusti, gli oggetti personali (foto, disegni, oggetti di casa, impronte della mano, ecc..). Ed ancora,le sculture familiari, le lingue che conosco.
Ci si ritrova così in un viaggio con la propria valigia: quella dei ricordi e quella delle scoperte
Al tempo dei nonni, nel paese di… il cibo, le tradizioni culturali: le fiabe, le feste, il calendario…
Jhon Lennon nella sua bellissima “Immagine” diceva :”You may say I’m dreamer… but I’m not the only one“…e con la medesima forza, anch’io continuo a credere che questa possa essere la “nuova scuola” possibile.
Noi non possiamo cambiare neppure una virgola del nostro passato, né cancellare i danni che ci sono stati inflitti.
Possiamo però cambiare noi stessi,”riparare i guasti”, riacquisire la nostra integrità perduta, e far sì che nuovi individui non ripetano inconsapevolmente, il medesimo circuito di negazione del sè.
Possiamo far questo nel momento in cui decidiamo di osservare più da vicino le conoscenze che riguardano gli eventi passati e che sono memorizzate nel nostro corpo, per accostarle alla nostra coscienza.
Si tratta indubbiamente di una strada impervia, ma è l’unica che ci dia la possibilità di abbandonare infine la prigione invisibile e di trasformarci, da vittime inconsapevoli del passato, in individui responsabili che conoscono la propria storia ed imparando a convivere con essa, tracciano nuove vie, nuovi percorsi di conoscenza, verso un ignoto che aspetta ancora di essere scoperto.



l’immagine è stata realizata da Tomaso Marcolla 



















Il pensiero di un Viandante